13 Assassini

In questi giorni è presente nelle sale l’ultimo film di  Takashi Miike, prolifico e genialoide cineasta giapponese. 13 assassini è pero una grande sopresa.  E’ infatti un film classico, nella tradizione del Jidai geki, i film che raccontano l’epopea del Giappone feudale. Nell’accostarsi a questa tematica Miike mostra una delicatezza inaspettata ma anche una grande capacità di innovare nella tradizione. Il film è infatti imperniato sulle contraddizzioni e i conflitti etici che la rigida morale del bushido comporta. La trama a grandi linee è questa (e non penso di rovinare nulla a  chi non ha ancora visto il film) : Il fratellastro dello Shogun  il potente Naritsugo rappresenta la perfetta incarnazione del male assoluto: crudele, spietato , totalmente amorale. Utilizza il suo rango e il suo potere per compiere ogni sorta di nefandezze:  stupri omicidi, torture, sicuro dell’impunità garantita dal suo rango. Tuttavia proprio la sua radicale malvagità fa emergere le contraddizioni, quella della società Tokugawa (destinata di li a poco ad essere travolta nella nascita del Giappone contemporaneo) incapace di trovare una soluzione “legale” che possa fermare Naritasugo  e scossa nel contempo dai seppuku (i suicidi rituali) che si susseguono come unica, possibile forma di protesta. Un alto dignitario di corte incarica allora il samurai  Shinzaemon di raccogliere  segretamente un gruppo di samurai per uccidere Naritsugo. La missione dei  samurai è una missione mortale, sanno infatti che, quasi sicuramente, sarà per lora una srada senza ritorno.  Miike fa emergere brillantemente i conflitti etici della società feudale giapponese. Se infatti era impossibile, per la giustizia dello Shogun fermare Naritsugo in virtù della sua posizione nobiliare (e la figura più tragica è quella di Hanbei, capo dei samurai di Naritsugo che pur disprezzando l’operato del suo signore e ammirando invece Shinzaemon lo difende sino all’estremo sacrificio per adempiere al suo “dovere” di samurai) i  samurai di Shinzaemon sono onorati di potersi sacrificare per adempiere ad una missione di così elevato contenuto morale: fermare il diavolo che cammina a costo della loro vita. Il loro onore di samurai è in ogni caso salvo: la loro missione, ancorchè moralmente giusta è nel contempo segreta ed  ufficiale, obbediscono agli ordini del Cancelliere dello Shogun. Insomma nessuna cosa è semplice  nell’orizzonte della cultura giapponese. Il film prosegue poi verso il pirotecnico e lungo finale (assolutamente da non perdere però, dove si esalta il talento registico di Miike)  che permetterà infine, col sacrificio di quasi tutti i suoi compagni a Shinzaemon di adempiere al suo dovere e fermare il diavolo. L’ultima scena sembra quindi un momento di congedo per l’epoca dei samurai e per la loro complessa dimensione etica: il samurai sopravvissuto, il giovane nipote di Shinzemon,  in uno scenario apocalittico e circondato da centinaia di cadaveri,  sembra infatti  voglia abbandonare il mondo delle due spade e dedicarsi ad una vita più normale e accettabile: parlando con il vagabondo che si è unito al gruppo degli assassini dice: “farò il bandito o forse andro in America  a far l’amore con tutte le donne”. Questo piccolo scorcio ci consente qualche riflessione sui critici di casa nostra. Tantissimi infatti recensendo 13 assassini si sono trovati in difficoltà. I codici culturali che il film propone mettono infatti a dura prova i nostri e la maggiornaza non ha trovato di meglio che rifugiarsi nei paragoni con Tarantino o il western, quasi che non si riesca a cogliere appieno la specificità e l’alterità di cio che esce dagli schemi consueti. Troppo forte per costoro la voglia di incasellare qualsiasi cosa difficile nella categoria del gia visto, del già conosciuto, del consueto, che gli consenta, in ultima analisi,  di perpetuare il loro pensiero stanco. E così le parole di Shinrokuro, il giovane samurai sopravvissuto al massacro, sono viste come il definitivo abbandono del regista della retorica morale dei samurai per abbracciare la più tranquilizzante visione occidentale della vita. E forse è anche così se non fosse per un piccolo particolare, sfuggito ai più. Shinrokuro infatti dopo aver pronunciato le sue parole fa un gesto, come per gettare via la spada (simbolo di un abbandono definitivo del mondo dei samurai). Un gesto che non può non ricordare Harry Callaghan che butta via il distintivo alla fine di “Ispettore Callaghan il caso Skorpio è tuo”. Ma il gesto di Shinrokuro si trasforma quasi inaspettatamente nel gesto, ben conosciuto ai praticanti di spada giapponese, di far schizzare via il sangue dalla lama prima del rinfodero, gesto che è chiamato “Chibori”. Un gesto quindi che riporta Shinrokuro all’appartenza al mondo al quale aveva appena dato addio. La spada non vola via e rimane nelle mani del samurai, noi non sappiamo se poi l’abbia rinfoderata o meno e ci consegna quindi  una poco tranquillizzante ma feconda incertezza. Le cose non sono come sembrano sembra suggerirci  Miike, sono sempre più complesse,  ma forse in pochi hanno fatto lo sforzo di capirlo. Per costoro 13 assassini è un’accasione perduta

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