Durante un’indagine di alcuni anni fa Andrea Camilleri faceva cozzare ripetutamente il suo commissario Montalbano contro i luoghi comuni. I quali, nonostante l’impegno del commissario di Vigata continuavano imperterriti a prosperare, lasciando Montalbano nello sconforto. Una sensazione simile a quella provata l’altro giorno, guardando la replica di un vecchio film in costume con Antony Quinn e la Loren. Il film raccontava la storia di Attila, il re degli Unni, riuscendo nella discutibile impresa di mettere insieme tutti i luoghi comuni che alla figura di Attila sono generalmente connessi. Attila infatti, l’Attila al quale pensate mentre scrivo queste righe non è infatti un personaggio vero, un essere umano nato, vissuto e morto sulla terra. È invece un luogo comune, come tale non è vissuto nella storia, nel tempo, ma vive, anzi prospera beatamente nel nostro immaginario. L’Attila del nostro immaginario infatti è un guerriero temibile, invincibile, che si è avventato sui resti decadenti dell’impero romano (la decadenza dell’impero romano è un altro tipico luogo comune made in Hollywood) facendone scempio e seducendo le raffinate principesse imperiali (la Loren) inevitabilmente attratte, in quanto donne decadenti, dalla fresca virilità del maschio selvaggio. L’Attila del nostro immaginario può essere fermato, nella sua furia devastatrice, solo dall’intervento salvifico di Santa Romana Chiesa, nella fattispecie incarnata da Papa Leone Magno che incontra Attila sul Mincio e lo convince, con la sola maestosità delle sue parole e del suo contegno, a tornare indietro (stranamente uno schema decisamente manzoniano…). Perfetto direte voi, cosa c’è di sbagliato? La storia è più o meno la stessa che si può leggere in qualsiasi manuale di storia liceale. Peccato però che questi manuali non raccontino bene la storia, che questo Attila non sia quello “vero”, quello storico ma bensì quello dell’immaginario, un luogo comune insomma. Perchè quello “storico” si è infatti avventato sui resti decadenti dell’impero romano, trovandoli però, un po’ meno decadenti di quanto si aspettasse. Tanto che, un certo Flavio Aezio, Magister Militum d’Occidente (il comandante militare dell’impero romano d’occidente), sconosciuto ai più, gli ha dato una battuta mostruosa nella battaglia dei Campi Catalaunici, nella Prefettura delle Gallie. Ma come Attila sconfitto? E’ impossibile! E’ il pensiero che deve aver avuto lo stesso Attila <<Ma come io che sono il flagello di Dio non posso essere sconfitto da un qualsiasi generale romano, con la compagnia poi di barbari germanici che hanno la sfrontatezza di obbedire a lui e non a me (nella battaglia dei Campi Catalaunici l’esercito comitatense di Aezio era infatti stato ampiamente rinforzato dai contingenti germanici: visigoti, burgundi, franchi, che a vario titolo servivano le armi imperiali) è impossibile!>> . Attila decise quindi, correva il 452, di correggere la storia che aveva visto lui, Attila l’invincibile sconfitto da un generale romano come un qualsiasi altro capo barbaro del passato. Stavolta decise di fare le cose in grande, puntando nell’invasione direttamente all’Italia. Il boccone era succulento: Roma, Milano e le altri grandi città d’Italia, ma soprattutto era l’occasione per regolare i conti con l’Impero Romano, con il suo imperatore Valentiniano III e con il suo Magister Militum Aezio che aveva avuto l’ardire di sconfiggerlo. Chiaramente si può comprendere come un re barbaro come Attila, che aveva basato la sua ascesa sulla conquista violenta, non poteva permettersi sconfitte: il suo impero stava in piedi sino a quando poteva proporsi come un capo invincibile. Raduna quindi un grande esercito, più grande di quello dell’anno precedente, che pure era dato come immenso, alla testa del quale invade l’Italia. E Aezio? Purtroppo per Attila il Magister Militum era un comandante fuori dal comune. Per prima cosa fa impantanare Attila in una logorante guerra di posizione. Inchioda infatti l’esercito unno nell’assedio di Aquileia, una munitissima piazzaforte. E anche quando Aquileia cade (pare per il crollo fortuito di un muro) la situazione strategica dell’armata di Attila non cambia. Riesce è vero a conquistare incruentemente Milano, ma il suo esercito è spossato, logorato dal lungo assedio di Aquileia e non ha più la capacità di andare avanti. Valentiniano III inoltre lo sfida non rifugiandosi nell’imprendibile Ravenna, come altri imperatori prima di lui, ma rimane a Roma, accanto al Senato quasi ad invitarlo, se veramente ne è capace, a espugnare la città eterna. Ed è a questo punto che Attila sul Mincio incontra l’ambasceria imperiale con Papa Leone Magno. Quindi Leone Magno non incontra Attila di sua iniziativa, ma su mandato preciso del governo imperiale, sotto incarico da parte di Valentiniano. Inoltre non è solo. Anche se gli estensori dell’Attila immaginario hanno fatto dimenticare gli altri componenti, nella realtà storica gli ambasciatori erano tre: Papa Leone Magno, il Prefetto Trigezio, il consolare Gennadio Avieno. Curiosamente tutti uomini, amici o collaboratori, legati strettamente ad Aezio, vero Dominus dell’Impero. Gli ambasciatori, tra le altre cose (forse vi fu anche un minimo pagamento in denaro del quale però non vi è traccia) aggiornano Attila sulle ultime notizie: l’imperatore romano d’Oriente Marciano ha invaso i suoi territori e il magister militum d’occidente Aezio è sulla via del ritorno per prendere lo stesso Attila alle spalle con l’armata ausiliaria fornita dallo stesso Marciano. Mettiamoci per un attimo nei panni di Attila. Davanti, verso Roma non può andare: il suo esercito è fiaccato e non ha la forza di intraprendere un altro lungo assedio. Alle spalle inoltre sta tornando il suo vecchio nemico Aezio con un’armata di rinforzo. Infine Marciano ha invaso e devasta il cuore dell’impero unno. Fossi stato al posto di Attila io mi sarei ritirato e anche piuttosto in fretta. Anche Attila a dispetto di tutto decise che ritirarsi con la coda tra le gambe fosse la scelta strategica migliore, rincorso e tallonato dall’armata di Aezio, il cui trionfo non poteva essere più totale. Alla fine della storia troviamo uno sconfitto, Attila e un trionfatore, Flavio Aezio. Ma perché nei secoli allora ci è giunta il ricordo di un’Attila invitto, del “Flagello di Dio”? Qui si inserisce la dinamica insidiosa dei “luoghi comuni”, delle versioni ricopiate acriticamente, della pigrizia intellettuale. Attila è diventato un “luogo comune” e per scacciare un luogo comune ci vuole fatica, impegno. Bisogna leggere, informarsi, vagliare le fonti, cercare di avere uno sguardo più ampio sulle cose, non accontentarsi delle solite versioni, ma cercare di guardare le cose anche da altri punti di vista. In poche parole dobbiamo avere pensiero critico. Il pensiero critico è il vero nemico dei luoghi comuni e anche il nostro vero alleato per una esistenza più consapevole e più libera. Per quanto ci costi fatica non rinunciamo quindi alla nostra capacità di vagliare criticamente i fatti e di farci un’opinione completa e articolata. Possiamo mandare tranquillamente in pensione il “Flagello di Dio”, ci ha accompagnati abbastanza a lungo.
Per chi volesse approfondire la storia critica di Attila e di Aezio, il libro di Zecchini “Attila” tratto dalle sue conversazioni radiofoniche può essere un ottimo inizio. Per chi avesse invece più dimestichezza con la storia e pazienza (viste le dimensione del libro) consiglio sempre di Zecchini “Aezio, l’ultima difesa dell’occidente romano”
L’ha ripubblicato su Massimiliano Zonza.
Grazie Massimiliano, articolo interessante! Non ho mai voluto approfondire la storria dei popoli barbari, e comunque per Attila ho sempre avuto un’ “antipatia” più spiccata, però la tua trattazione potrebbe coinvolgermi ad approfondire l’argomento. Spero di rivederti presto. Luca